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"Un buonissimo fegato"

Ricordo l'emozione di fare il giro visite in reparto, quando ero un giovane studente, accompagnati da un medico che voleva farci sentire una "buona milza" o ascoltare un "interessante soffio cardiaco". Come tutti i miei colleghi, nei nostri impeccabili camici, ero molto emozionata. Qualcosa dentro di me, però, si ribellava, e una piccola voce mi diceva: "Non è che questo sia proprio giusto!" Non che non salutassimo il paziente, non gli chiedessimo il permesso di esaminarlo o non facessimo tutto ciò che l'agire medico richiedeva. Ma non ero a mio agio, e non mi spiegavo il perché.

Un giorno, il dottore invitò il mio gruppo ad esaminare "un buonissimo fegato". Siamo tutti andati dietro a lui fino ad arrivare accanto al letto della paziente. In un attimo l'ho subito riconosciuta: era la mia maestra delle elementari. E ho pensato: "Ma questo non è un fegato, è una persona, è la mia maestra". Era stata la mia insegnante alle elementari. Questa è stata un'esperienza che mi ha accompagnato in tutto il percorso universitario e nella pratica medica. I pazienti devono essere visti nella loro interezza e non come parti frammentarie.

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