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4. Conclusione

Nei casi descritti nella letteratura emerge che è impossibile utilizzare una metodologia univoca. La nostra esperienza ci porta a sottolineare che curare l’ascolto e l’accoglienza della famiglia nelle diverse situazioni (diagnosi di malattia più o meno grave) aiuta a trovare l’approccio migliore su come comunicare la diagnosi di malattia. Ciò perché ogni realtà familiare è diversa dalle altre per stato socioculturale, aspettative di salute, credo religioso, richiedendo pertanto un approccio personalizzato.

Anche la relazione del medico con il team curante e con i colleghi consulenti gioca un ruolo chiave nella comunicazione al paziente in quanto fonte di confronto e luogo dove guardare al paziente in tutta la sua interezza e per donare a lui un messaggio unitario.

Consapevoli che possiamo fallire nel nostro processo di comunicazione o per motivi legati alla complessità della situazione o per nostre incapacità emotive e/o caratteriali (troppo coinvolgimento o troppo distacco) resta saldo il principio di cercare di creare un rapporto che sappia superare le difficoltà concrete e sappia sempre rinnovarsi.

Impostare il momento della consegna della diagnosi seguendo alcune regole di contesto, delimitando i contenuti della comunicazione, ascoltando e accogliendo le emozioni dei genitori e le proprie, sottolineando le risorse della situazione, significa per noi, tentare di gettare un ponte fra passato e futuro e avviare la ricostruzione dopo la catastrofe. Si tratta di mettere in moto da subito quel lungo e complicato processo che permette ai genitori di tessere nuovamente l’appartenenza, di ri-conoscere il proprio figlio e rincontrarlo in quella che Pontiggia chiama la «seconda nascita» dei bambini con malattia cronica.

di LUISA DE CRISTOFARO e ROSANNA CORDIALI

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