Quello della discriminazione basata sul diritto alla salute ed il libero accesso alle cure è uno degli aspetti più imbarazzanti della società moderna. Un' ampia fetta di umanità soffre e muore per cause che sono assolutamente prevedibili e prevenibili, per malattie che la moderna medicina e farmacologia sanno perfettamente come curare. Le cifre di questa ingiustizia sono terrificanti: in base all'ultimo rapporto dell'OMS, nei paesi poveri si muore dieci volte di più che in quelli industrializzati e questo fattore diventa cento se si considera la fascia di età che va da 0 e 10 anni e trecento se si considerano i neonati. Un problema complesso, determinato da una serie di concause che spesso agiscono producendo un drammatico effetto sinergico. Tra queste senza dubbio vanno annoverate le logiche di mercato che gravitano attorno ai farmaci, logiche finalizzate principalmente alla realizzazione di profitti economici privati anche quando questo significa bypassare e spesso calpestare i diritti umani.


Non è un caso che (dati ISTAT 2010) in Italia in un anno di pesante recessione economica, come quello che abbiamo appena trascorso, e che ha segnato una preoccupante perdita nella  produzione industriale in tutti i settori, l'industria farmaceutica sia riuscita comunque a segnare un +1,8% nella produzione di medicinali in Italia mantenendo, a livello globale,  un trend  di sviluppo di quasi 820 miliardi di dollari/anno (fonte IMS).
Così, mentre nei paesi in via di sviluppo si muore di malaria, AIDS ma anche di diarrea e malnutrizione, nell'occidente ricco ed agiato, a colpi di spot pubblicitari, si vanno formando nuove coscienze sanitarie e, con esse,  una nuova percezione di “malattia”.
Grazie alla ricerca farmaceutica non saremo più costretti a rinunciare alla nostra ora di tennis o ad un importante meeting di lavoro a causa di un banale raffreddore, potremo tenere sotto controllo i disturbi di quella che ci hanno convinto essere  “la sindrome mestruale”,  avremo  la possibilità di ostentare la nostra virilità oltre qualsiasi immaginabile limite naturale imposto dalla biologia e dalla fisiologia.
Appare quindi evidente che, se da una parte i paesi in via di sviluppo e le loro sofferenze non sono un target appetibile per la ricerca ed il mercato farmaceutico, l'altra fetta del mondo diviene sempre più terreno di conquista attraverso la creazione di nuove esigenze e, con esse, nuove nicchie ed opportunità di mercato.
La scoperta e la messa a punto di un nuovo farmaco è indubbiamente un percorso lungo e pieno di insuccessi che il sistema dei brevetti in un certo qual modo cerca di proteggere. Tuttavia le cifre sembrano chiaramente indicare che questo sistema è oggi divenuto puramente speculativo ed a farne le spese siamo tutti noi ed il nostro diritto alla salute. Per una consistente percentuale di abitanti del pianeta mancano i farmaci essenziali, perché costano troppo, e manca una ricerca finalizzata a risolvere tutta una serie di patologie oramai debellate nell'occidente. Per la rimanente percentuale di esseri umani esistono al contrario troppi farmaci inutili, troppi farmaci copia o doppioni, e troppi farmaci destinati a correggere danni prodotti da stili di vita sbagliati (fumo, sovrappeso, abuso di alcol e droghe) che potrebbero essere efficacemente evitati attraverso adeguate campagne di educazione e prevenzione. Siamo vittime di una società forzatamente farmacocentrica, che vede la soluzione di tutti i problemi nel medicinale dimenticando la prevenzione e stimolando un  consumismo sanitario ad uso esclusivo delle multinazionali farmaceutiche e delle loro connivenze con le amministrazioni centrali e locali.
Tutto questo sottrae enormi quote di denaro pubblico che potrebbero diversamente essere utilizzate per sostenere e promuovere piani di ricerca indipendenti svincolati dalla necessità della creazione di un profitto e rivolti al ripristino di una equità sociale e di un etica basata sui diritti umani e che ponga al centro del suo interesse l'essere umano portando alla globalizzazione del diritto alla vita ed alla salute.

 

Claudio Santi
Professore di Chimica Organica
Dipartimento di Chimica e Tecnologia del Farmaco dell'Università di Perugia
Presidente di InfarmaZone onlus

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